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“SULLE TRACCE DI ROBERTO DONETTA – UN SENTIERO DI EMOZIONI”

Un’immagine vale spesso più di mille parole. Questo semplice concetto può valere anche per descrivere i cambiamenti del territorio creati dall’incedere del tempo: perciò quale modo migliore per farlo se non quello di confrontare due fotografie che riprendono lo stesso paesaggio scattate ad anni di distanza?
Il confronto di immagini tra ieri e oggi viene spesso proposto per rendere visibile il cambiamento fisico del territorio, ma attraverso una lettura più attenta e approfondita è possibile osservare anche l’evoluzione o l’involuzione del nostro rapporto con l’ambiente in cui viviamo: la pietra naturale sostituita dal cemento armato, il legno rimpiazzato dal metallo inossidabile, la terra battuta che cede spazio all’asfalto, le piazze di paese trasformate in posteggi, le tipiche case dei vecchi nuclei sostituite da moderni condomini o da singole casette di variegate forme e colori.
Inoltre può essere alquanto emozionante ripercorrere i sentieri che più di un secolo fa venivano seguiti quotidianamente da persone che, in condizioni molto più difficili di quelle attuali, testimoniavano la realtà di quel periodo attraverso fotografie o dipinti. Un filo diretto tra passato e presente che accomuna gli esseri umani in epoche diverse.
La proposta “SULLE TRACCE DI ROBERTO DONETTA – UN SENTIERO DI FOTOGRAFIE” vuole essere tutto questo: un confronto di immagini, una lettura del territorio, la riscoperta di sentieri dimenticati quasi scomparsi o inghiottiti dall’avanzare del bosco, l’emozione di ripercorrere gli stessi passi e di ritrovarsi negli stessi punti di chi, oltre 100 anni fa, era lì presente sotto il telo di un ingombrante apparecchio fotografico per immortalare un angolo di paesaggio da trasmettere, magari in modo inconsapevole, alle generazioni future.
Le 10 gigantografie esposte rappresentano un primo spunto per poter ritrovare altri luoghi a noi cari fotografati da Roberto Donetta e presenti tra le oltre 5000 immagini su questo sito.
Una preziosa occasione per riscoprire le proprie origini e la realtà della Valle di Blenio d’inizio ‘900.

Là dove il tempo sembra essersi fermato...

Un sentiero di fotografie da percorrere con il corpo e con la mente

«Il camminare può essere uno strumento di conoscenza intellettuale o spirituale (…). Nell’atto del camminare c’è un ritmo, un’accelerazione della circolazione sanguigna che fa sì che il cervello sia sempre ben irrorato, c’è la fatica, la scoperta molto progressiva dei paesaggi che hanno così il tempo di presentarsi ai nostri occhi». Queste parole del grande scrittore-viaggiatore ginevrino Nicolas Bouvier (1929-1998) ci mettono di fronte ad alcuni aspetti dell’atto del camminare validi ancora oggi, in un’epoca in cui questa attività naturale dell’essere umano ha assunto per lo più una valenza salutistica e spesso anche sportiva. Aspetti applicabili però anche a un passato non troppo remoto, fino a quando cioè – meno di un secolo fa e soprattutto fuori dalle città – lo spostarsi a piedi era ancora il modo più comune di viaggiare da un luogo all’altro, in particolare per chi non potevano permettersi muli, cavalli, calessi o le prime automobili. Come ci ricorda Bouvier, c’era di certo la fatica a pesare sul fisico del viandante (basti pensare alle condizioni precarie di strade, sentieri e mulattiere o all’inadeguatezza delle calzature), ma c’era anche la continua scoperta dell’«ignoto» e il fascino di un paesaggio meno umanizzato di quello odierno, all’interno del quale però l’agricoltura di sussistenza occupava un posto di rilevo e il bosco era meno invadente.

Ripercorrere oggi le tracce di Roberto Donetta non significa ripiombare magicamente nella valle di Blenio d’inizio Novecento. Può significare semmai ritrovare le sensazioni che il fotografo poteva provare durante i suoi tragitti quasi quotidiani tra Casserio e il fondovalle, alla disperata ricerca di quei clienti interessati alle sue sementi, che trasportava in una cassa, o al sortilegio della sua macchina fotografica, che trasportava nell’altra. Era questo l’unico modo che conosceva per cercare di tirare a campare e sfamare la propria famiglia. Come ci ha raccontato alcuni decenni fa un’anziana donna che l’aveva conosciuto da bambina, Donetta tornava dai suoi giri spesso in piena notte. Si sentivano i colpi regolari del suo bastone sulle pietre del sentiero e, affacciandosi alla finestra, si poteva scorgere la luce fioca del lanternino che l’avrebbe guidato fino a casa. Difficile sapere se avesse alle spalle una proficua giornata di lavoro o se si fosse fermato ad annegare i suoi dispiaceri dentro una caraffa di vino aspro in qualche bettola di Comprovasco o di Dongio.

Il camminare di Donetta non aveva nulla a che fare con il «nordic walking» o gli «scenic trail» di oggi. Era un atto di pura sopravvivenza, senza però dimenticare – come afferma Bouvier – che camminando la circolazione sanguigna del fotografo accelerava, il suo cervello non smetteva di lavorare, il suo passo assumeva un ritmo costante, in perfetta sintonia con tutti gli organi del suo corpo. E allora ci piace pensare che proprio durante quei solitari tragitti, ripetitivi nell’insieme ma sempre diversi nei dettagli, il fotografo trovasse l’energia giusta per elaborare i suoi «progetti», lasciando libero sfogo alla propria fantasia prima di scontrarsi di nuovo con la durezza della vita quotidiana. Allora come oggi, quindi, l’augurio al visitatore di questa mostra, pronto a trasformarsi in viandante, non può essere che quello di godersi la passeggiata per viaggiare con il corpo ma anche con la mente. Soprattutto quando, giungendo davanti alle gigantografie disseminate sul percorso, potrà «leggere» il presente attraverso il passato. Uno scarto tra due epoche a volte minimo a volte più incisivo. Due mondi tra i quali la fotografia permette di gettare un ponte a dir poco sorprendente.

Antonio Mariotti