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Anna Lisa Galizia, Presentazione della mostra «SUPER» di Caterina Foletti

ANNA LISA GALIZIA: Presentazione della mostra SUPER di Caterina Foletti, Casa Rotonda, 6 maggio2017

SUPER è un’interessante, originale e novatrice iniziativa dalla Fondazione Archivio fotografico Roberto Donetta, visibile ancora fino al prossimo 29 ottobre alla Casa Rotonda di Corzoneso. Per la cons6 ueta esposizione estiva, quest’anno la Fondazione ha invitato una giovane artista il cui lavoro, non fotografico, si ispira all’opera e alla vita di Roberto. « Super » di Caterina Foletti è un’installazione « site specific », creata cioè appositamente per il luogo, inteso sia come spazio architettonico, sia come il luogo che ha fatto da scenario alle tormentate vicende biografiche del fotografo bleniese. Caterina Foletti, nata a Lodrino, è attiva tra Ticino e Spagna e si dedica da ormai più di un decennio alle arti tessili, esprimendosi con modalità e tecniche diverse. Le sue creazioni, in questo caso si tratta di stoffe appositamente tessute o stampate e di assemblaggi di tessuti antichi, sono al centro dell’installazione di Corzoneso e vestono ambienti, oggetti di uso comune, sculture e fotografie, con le quali instaurano un dialogo instenso, a tratti struggente. Per l’artista « Super è una lettura dell’Archivio Fotografico Roberto Donetta, espressione di uno scambio in superficie tra la fotografia e il tessuto. Il tessuto è una superficie ottenuta dall’intreccio di fili : può essere arricchita dal ricamo, dalla stampa, da applicazioni, dal filo stesso, dall’uso, dal taglio. La fotografia è una superficie sulla quale si è rivelata un’immagine fatta di luce.

La fotografia fa sopravvivere attimi – un tessuto ci permette di sopravvivere al freddo.

Entrambi rivelano una precisa struttura, una composizione, un disegno, e hanno un riverbero che va ben al di là dell’essere un fine strato : caratterizzano un ambiente. »

Per la mostra, Caterina Foletti ha selezionato delle immagini di Roberto Donetta, per la maggior parte inedite, nell’archivio della Fondazione (che comporta più di 5000 lastre). Dai negativi ha tratto delle immagini volutamente non ritoccate, stampate però in formati e colori diversi dagli originali. Le composizioni fotografiche così selezionate sono all’origine del progetto e sono visibili nella mostra, associate a oggetti comuni della vita quotidiana e alle creazioni tessili che hanno ispirato. Per ricorrere a una metafora tessile, è come se le immagini del Donetta fossero la tela su cui Caterina ha ricamato un suo personale messaggio. Con il suo ricamo però, non ha voluto occultare il supporto ricoprendolo minuziosamente di fili, ma ha evidenziato la struttura di base per meglio dialogare con essa. Traendo ispirazione dall’archivio di fotografie del Museo, Caterina ha cucito insieme i frammenti di una vita e, in un gioco di continui richiami tra la biografia del fotografo e le sue immagini, ha tessuto a mano un ambiente in cui è possibile udire l’eco di una storia di vita difficile e precaria.

Caterina Foletti ed io abbiamo qualcosa in comune: ci piacciono i tessuti. A differenza di me, lei sa crearne di bellissimi. Tutt’e due, fin dal primo incontro con l’opera fotografica di Roberto Donetta, siamo rimaste colpite dalla presenza costante e importante del tessile nelle sue composizioni fotografiche. Metrature di stoffe stampate, lenzuola, tovaglie, copri letti, gonne, grembiuli, pantaloni, camicie, cravatte, fazzoletti da testa, abiti da neonato, da prima comunione; veli da sposa, drappi funebri, cravatte e altri accessori alla moda. Donetta sembra si affidarsi a questi orpelli per nobilitare le sue composizioni fotografiche, altrimenti ambientate in scenari di pietra a secco, di mura appena intonacate o di una natura rustica, abbellita a volte da una presenza fiorita. Nei ritratti, davanti a questi fondali grezzi dispiega tessuti decorati e coperte di pizzo meccanico, appesi alla bell’e meglio, senza stirarli o lisciarli più di quel tanto. Queste stoffe colpiscono l’osservatore di oggi per la loro grande presenza materica, e rubano la scena ai personaggi diligentemente in posa davanti ad esse. Troviamo esempi di questi tessuti stropicciati, appesi con apparente noncuranza anche nell’arte colta, come nel Ritratto di giovane con lucerna di Lorenzo Lotto (olio su tavola (1506 circa, conservato nel Kunsthistorisches Museum a Vienna), dove una pezza di damasco bianco decorato da un tenue motivo tono su tono sembra mosso dal vento per svelare una lampada ad olio. Le stoffe fotografate da Donetta sono ormai sparite, e di loro, come delle persone ritratte, nulla sapremmo se non ci fossero i suoi scatti. Per me, compongono un’antologia di quelle semplici stoffe domestiche, unico, prezioso abbellimento di un quotidiano semplice, e mi sembra di conoscerle, per averle viste a casa di mia nonna, che non c’è più, in una valle vicina. Per Caterina Foletti quelle stoffe, più di ogni altro elemento visibile sulle fotografie, racchiudono il messaggio essenziale del fotografo. Sanno svelarne i processi creativi e raccontarci, al contempo, qualcosa di universale. Estratte dalle foto e messe una accanto all’altra come bucato steso ad asciugare, narrano il ciclo della vita e della morte, e ci parlano dell’esistenza quotidiana, con le sue gioie e le sue miserie, materializzando il ricordo dei rituali che tipicamente segnavano le esistenze in quel tempo: nascita, battesimo, prima comunione, cresima, fidanzamento, matrimonio e morte; la vita di famiglia, la vita domestica e il lavoro. Ogni momento con il suo corredo tessile. Con il suo linguaggio contemporaneo, rigoroso e leggero al contempo, Caterina ha voluto ricreare un corredo su misura per la Casa Rotonda. Ha tessuto un drappo funebre, ha recuperato e adattato vecchie stoffe per farne tendaggi e drappi, ha ricamato, assemblato e combinato ; ha immaginato una realtà domestica che parlasse la sua lingua, che appartenesse al nostro tempo, ma nella quale la voce di Donetta fosse presente come una eco. La sua creazione di un ambiente quasi domestico omaggia la memoria del fotografo, il suo gusto per il decoro e il suo ricorrere ai tessili per creare immagini uniche ed autentiche, forti per le loro qualità narrative, per la loro originalità formale ed estetica. Grazie ad alcuni accorgimenti praticati nell’arte del nostro tempo – come il logo creato da Caterina Foletti inserendo il ritratto del fotografo in un astro splendente, stampato in arancione fosforescente sul polso di chi visita la mostra e sui foulard in vendita – Donetta si vede direttamente trasportato nel 21° secolo, dove l’immagine e la biografia di un artista possono essere diffuse come e a volte più della loro opera. E dove anche la sua doppia identità di fotografo e di venditore di sementi sembra il riflesso di un’azione artistica.

Nel suo intervento Caterina Foletti sceglie di ricorrere al linguaggio del tessile più domestico, solitamente relegato nella categoria dell’artigianato o del passatempo femminile, e quindi tradizionalmente considerato come privo di ambizioni artistiche. Il suo intervento si inscrive in una tendenza che percorre la creazione contemporanea dagli anni 1960, da quando proprio i cosiddetti « lavori femminili », cui veniva fino ad allora negata una dignità culturale, vennero scelti dalle artiste donne per rivendicare un linguaggio specifico e restituire dignità alle sole pratiche creative storicamente di loro competenza.

Nel passato, saper estrarre un filo dalla materia grezza e lavorarlo, tessere, ricamare, lavorare a maglia, insieme con il rammendo e il rattoppo, erano parte del bagaglio culturale di ogni giovane donna. Nelle fotografie selezionate da Caterina Foletti, Donetta ha immortalato anche il lavoro delle donne, come bene esemplifica il triplo ritratto della moglie scelto per l’invito alla mostra. Quando Caterina vede filare, rammendare, sferruzzare e ricamare però, lei vede donne intente, prima di tutto, ad esprimersi e a creare, un’attività che le nobilita e che le rende simili a lei. Come lei, queste donne stanno prima di tutto inventando dei manufatti funzionali, destinati a migliorare la vita quotidiana, ma che hanno anche il potere di comunicare altri messaggi.

L’elaborazione di tessili viene tradizionalmente assegnata alle donne ed è generalmente ritenuta tra le prime forme di espressione artistica conosciute dall’umanità e la sua nascita viene narrate nelle mitologie di tutte le culture. Pensiamo al filo di Arianna, che permise a Teseo di uscire dal labirinto ; al filo della vita reciso dalle Parche, a Penelope che cambia il proprio destino tessendo e disfacendo la tela; alle dee protettrici della tessitura comuni alle maggiori civilizzazioni dell’antichità. Fin dai tempi più antichi, tessere non significa soltanto produrre qualcosa che protegga e migliori il quotidiano, ma vuol dire anche tenere unito, riparare, creare legami, come avviene all’ordito e alla trama nel processo del tessere.

Con il suo lavoro Caterina ha voluto riparare, riscaldare e abbellire quello che immagina sia stato il quotidiano di Donetta. Così facendo, ci coinvolge, con la sua installazione, in una riflessione personale, una meditazione sulla vita e sulla morte germogliata dalle vicende biografiche di Donetta e per la quale si è avvalsa di due categorie di oggetti, la fotografia e il tessile, che assemblati da lei, possiedono il raro potere di evocare l’assenza. La fotografia evoca un attimo, il tessile una persona che non tornerà più.

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